Scegliere di ricordare una persona, una vicenda, una storia significa decidere che quell’esperienza merita di entrare a far parte della cassetta degli attrezzi con la quale costruire l’orizzonte di riferimento di una comunità.
Un atto eminentemente politico, nel senso più puro e profondo del termine – cosa saremmo senza le nostre storie? – anche quando viene presentato come una semplice questione amministrativa; legare, potenzialmente per sempre, una strada, una piazza, un edificio ad un nome significa infatti scegliere cosa consegnare allo spazio pubblico e quali avvenimenti rendere parte della memoria collettiva.
È per questo che la vicenda dell’intitolazione di una parte del lungolago di Verbania a Sergio Ramelli non può essere liquidata come una semplice disputa sul nome di una passeggiata (che peraltro al momento non ne è affatto priva, essendo dedicata alla memoria dei Marinai d’Italia) né tantomeno come un goffo tentativo di promuovere la pacificazione sociale attraverso il riconoscimento di una vittima degli Anni di Piombo.
Ramelli, intendiamoci, vittima lo fu davvero: della violenza politica che attraversò il Paese negli anni della sua radicalizzazione ideologica, alla quale partecipava come militante del Fronte della Gioventù e della spirale di odio che agitava quegli anni di dolore.
Un sentimento di rivalsa e di vendetta politica che armò la mano di un commando formato da ragazzi poco più vecchi di lui i quali, arrestati dopo i fatti, furono giustamente condannati a importanti pene detentive.
Ricordarlo come vittima pertanto non è solo legittimo, ma anche doveroso. La questione da risolvere, tuttavia, è un’altra e corrisponde ad una domanda precisa: che cosa significa utilizzare quella memoria, oggi, e per quale ragione scegliere proprio quel luogo, proprio quel nome, proprio in questo momento?
La giunta Albertella sostiene di voler ricordare una vittima della violenza politica e di volerlo fare affinché quelle violenze non si ripetano, una motivazione apparentemente condivisibile. Ma la memoria pubblica non vive soltanto delle intenzioni dichiarate da chi la promuove.
Vive dei significati che sedimentano intorno a un luogo, di ciò che quel luogo rappresenta, delle comunità che lo attraversano e dei simboli politici che inevitabilmente porta con sé.
Decidere quindi di dedicare alla memoria di un giovane missino assassinato proprio il luogo dal quale partì il terribile corteo dei Quarantatré Martiri fucilati dai nazifascisti a Fondotoce nel giugno del 1944– una vicenda iscritta con il sangue nella memoria della città di Verbania e di molte delle sue famiglie, spesso legate al periodo della Resistenza dalle vicende personali e collettive di genitori, nonni, parenti partigiani – facendolo oltretutto in piena estate, nella speranza che la distrazione di agosto sfavorisse qualsiasi forma di dibattito pubblico o consigliare circa l’opportunità di una scelta tanto divisiva, rappresenta una decisione deliberata che con la pacificazione della memoria ha ben poco a che spartire.
Oltre che sul piano dell’opportunità politica, una decisione come questa presenterebbe dei profili di rischio precisi e circostanziati: è ben noto, infatti, che nei luoghi dedicati alla memoria di Ramelli, si verifichino puntualmente degli odiosi episodi di revanscismo neofascista che sul lungolago dei Quarantatré non possono, non devono potersi presentare.
È sufficiente farsi un giro su YouTube per vedere in prima persona i video dei raduni che si tengono a Milano ogni 29 aprile, anniversario dell’omicidio: braccia tese nel saluto romano, l’onnipresente rito del “Camerata Ramelli, presente!” scandito con voce marziale dalle bande di teste rasate, insulti e minacce ai residenti che provano a protestare per l’indecoroso spettacolo che sono costretti a subire sulla porta di casa. Un teatrino neofascista, che il sindaco ha pensato potesse essere un buon prezzo da pagare per comprare il supporto dei partiti dell’estrema destra alla sua traballante e inconcludente esperienza amministrativa.
L’ANPI ha contestato la scelta di quello spazio per questa operazione, sottolineandone il carattere divisivo e il rischio che Verbania possa diventare un luogo di riferimento per commemorazioni nostalgiche che nulla hanno a che spartire con la storia della città; un appello che sottoscriviamo in pieno, come molte e molti cittadini verbanesi e che speriamo possa destare l’attenzione delle autorità preposte ad autorizzare questa sventurata proposta.
Prendere sul serio la memoria significa sottrarla alla strumentalizzazione, rifiutando l’idea che una morte possa diventare una bandiera da agitare nel presente per costruire un posizionamento politico.
E qui sta forse la differenza più importante tra l’utilizzo della memoria come un grimaldello, ad uso e consumo dei propri appetiti politici, e la scelta di “ricordare”.
Che significa, invece, provare a fare qualcosa di molto diverso: trasformare il passato in una risorsa condivisa per costruire futuro.
È quello che racconta, in modo quasi esemplare, la Festa de l’Unità della Lucciola, che quest’anno ha compiuto ottant’anni, un tempo enorme per qualsiasi esperienza politica e sociale.
Alla Lucciola convivono persone che hanno attraversato decenni di storia della sinistra e giovani militanti che di quell’eredità si stanno facendo carico: anziani che custodiscono un sapere fatto di gesti, organizzazione, relazioni, cucina, discussioni, memoria politica che lavorano al fianco di ragazze e ragazzi che quel sapere lo ricevono, lo modificano, lo contaminano con linguaggi e sensibilità nuove.
Non si limitano a celebrare ciò che è stato: lo fanno vivere ancora, trasformandolo.
È una forma di memoria molto diversa, non monumentale ma praticata, che esiste perché qualcuno continua a fare qualcosa insieme a qualcun altro.
Il sapere passa di mano in mano, da una generazione all’altra, e nel passaggio cambia. Proprio per questo rimane vivo, trasformando una festa politica in qualcosa che assomiglia da vicino ad un bene comune.
Non perché appartenga a tutti in astratto, ma perché esiste attraverso una comunità che la costruisce e la ricostruisce continuamente. Il suo patrimonio non è costituito solamente da ciò che conserva, ma da quello che rende possibile: relazioni, competenze, appartenenze, forme di partecipazione. La memoria esce dal ristretto recinto della nostalgia per diventare l’infrastruttura del futuro.
Una lezione importante che anche noi, a sinistra, faremmo bene a ricordare con maggior vigore e non solo nei giorni della Festa: non si tratta di scegliere tra passato e futuro, come se per guardare avanti fosse necessario liberarsi di ciò che siamo stati, e nemmeno di trasformare il passato in un museo identitario, nel quale riconoscersi sempre meno chiedendo alle nuove generazioni di ripetere acriticamente quanto fatto prima di loro.
Una sinistra che non abbia paura della propria storia dovrebbe fare esattamente il contrario: conservarne il senso, mettendone in discussione le forme.
Sapere da dove viene, senza pretendere che il futuro assomigli al passato. Custodire una memoria senza trasformarla in una proprietà esclusiva. Trasmettere un patrimonio sapendo che ogni generazione ha il diritto, e forse il dovere, di trasformarlo.
La memoria può trasformarsi in uno strumento politico molto potente: può servire a costruire recinti, riaprire contrapposizioni, occupare simbolicamente uno spazio, come dimostra la triste vicenda del lungolago di Intra. Oppure può mettere in comune un sapere, trasformandosi in una materia viva, costruita sulle relazioni, per rendere possibile qualcosa che prima non esisteva.
Ricordare, in fondo, non significa soltanto sapere chi siamo stati.
Significa decidere, insieme, chi vogliamo diventare.
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