Qualche parola di verità sul centrosinistra di oggi, di ieri e di domani

Il primo dato politico che molti fingono di non vedere

Vediamo ormai da mesi consumarsi, dalle colonne dei giornali, dai commenti di certa classe dirigente nazionale o nei confronti televisivi, l’antico dibattito intorno al futuro del centrosinistra italiano. Basterebbe tutto sommato questo a rilevare il primo segnale politico degno di nota: il centrosinistra, ad un anno dal prossimo voto per le politiche del 2027, viene considerato meritevole di attenzione, di analisi e, soprattutto, si considera in corsa per la guida del governo del Paese.

Certo, dirà qualcuno, non sembrerebbe così a leggere i toni e le forme del pubblico dibattito, dove da mesi la canea di commentatori si esprime con il solito approccio paternalista e da penna rossa, ma tant’è: anche i peggiori detrattori non potranno non notare l’unicità di quanto sta avvenendo in questi mesi. Con brusca accelerazione dalla vittoria del NO al referendum, la vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni politiche viene considerata possibile. E, per quanto questo possa apparire banale, me ne rendo conto, è in realtà il primo vero dato politico che andrebbe considerato nel merito di una riflessione onesta sul futuro e sul passato del centrosinistra.

È la prima volta che questo scenario è sul tavolo nella storia degli ultimi dieci anni di vita politica del Paese. Mai, infatti, nessuno ha davvero pensato, sondaggi alla mano o semplicemente attraversando il Paese, che il centrosinistra potesse vincere le elezioni politiche nel 2018 (i molti senza memoria tendono a dimenticare il risultato più basso del Partito Democratico a un’elezione politica nella sua storia), così come neppure nel 2022.

Il paradosso dei maestri della sconfitta

La cosa divertente è però che moltissimi dei protagonisti di quelle fasi sono oggi i più attivi a dare lezioni su cosa si dovrebbe o non si dovrebbe fare per vincere le prossime elezioni.

Per costoro il ragionamento è in sintesi questo: «L’attuale classe dirigente del centrosinistra è inadeguata. Se avrà la decenza di ascoltare i nostri consigli, quelli di chi ha perso sistematicamente tutte le elezioni politiche dalla nascita del PD a oggi (n.d.r.), allora forse avrà qualche possibilità di giocarsela».

Quindi, ripeto, la classe dirigente che ha condotto fino a qui il Partito Democratico e il centrosinistra verso la concreta possibilità di vincere le prossime elezioni dovrebbe fare ciò che dicono quelli che le hanno sempre perse per sperare di vincerle.

Se leggendo queste righe avvertite un leggero cerchio alla testa è del tutto normale, perché questo modo di ragionare non ha alcun senso. Ma tant’è, questo Paese ci ha abituato da tempo a queste stranezze.

Il potere, la classe dirigente e il conflitto generazionale

Eppure, in questo tipo di approccio c’è il cuore di un tema politico che avvolge il futuro della sinistra italiana, del suo modo di intendere il potere, di selezionare la classe dirigente e di immaginare il futuro del Paese.

La verità è che siamo in una fase storica determinante e che le prossime elezioni politiche saranno, che lo si voglia o no, un crocevia della storia repubblicana. Quanto sta avvenendo nel centrosinistra è quello che, ahimè, avviene da sempre.

Un gruppo di potere minoritario e tendenzialmente con pochi voti prova a imporsi nel dibattito pubblico, aiutato da certa stampa amica e, in qualche caso, con indiscutibile abilità comunicativa, per avviare la procedura che più gli è congeniale e che risponde al seguente ragionamento: «Se non posso avere il potere nelle mie mani devo evitare che qualcun altro, anche se vicino a me, lo abbia».

Perché la verità è che questi gruppi di potere chiusi non possono accettare che una donna come Elly Schlein, che rappresenta il contrario di ciò che loro hanno sempre rappresentato, possa stare dentro la stanza dei bottoni.

E questo nulla c’entra con la logica dei numeri e della democrazia. Costoro non hanno mai badato a questo. Cercano di far fallire le prospettive politiche degli altri perché dentro i fallimenti altrui si celano le loro sacche di privilegio.

Il tema, in questo caso, è ovviamente anche generazionale, perché non si vuole fare in modo che una nuova generazione prenda su di sé la responsabilità di governare questo Paese con altre parole e altri strumenti. Una generazione che sta vivendo su di sé il fallimento delle politiche messe in atto negli ultimi vent’anni. Una generazione che comprende la frustrazione, la rabbia, l’apatia e il disimpegno di buona parte dell’elettorato semplicemente perché quella frustrazione e quella rabbia le vive ogni giorno, le ha vissute e sa di cosa si sta parlando.

Ed è esattamente per questa ragione che a questa nuova fase servono interpreti nuovi e non i sepolcri imbiancati che ancora dispensano consigli sul futuro mentre poco hanno fatto per migliorare le condizioni di chi oggi chiede e pretende di avere spazio.

Rivendicare ciò che è stato costruito

Se non si supera questa ipocrisia di fondo nel dibattito pubblico del centrosinistra non si avrà la possibilità di conquistare la fiducia degli elettori.

Non si può ascoltare la lezione sul superamento dell’autosufficienza da parte di coloro che hanno predicato la via dell’autosufficienza del Partito Democratico ogni volta che hanno avuto modo di guidarlo.

Oggi il gruppo dirigente non deve aver paura di rivendicare quanto fatto fino a ora. Non dobbiamo scambiare l’apertura al dibattito con l’essere dimessi.

Oggi il centrosinistra si gioca la partita delle politiche perché in questi anni chi ha guidato il Partito Democratico lo ha rimesso, non senza fatica e non senza prendere qualche bastonata con l’obiettivo di far deragliare il treno, sul giusto percorso.

Se è vero che abbiamo riconnesso il Partito con il suo popolo, e ancora non basta, è altrettanto vero che l’alleanza costruita in questi anni ha un cuore saldo e credibile composto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Questa alleanza, che ha il dovere di guidare il percorso, non perché lo abbia ordinato il medico ma perché i numeri dicono che rappresenta più del 40% dell’elettorato italiano, ha già sperimentato l’allargamento verso forze politiche e civiche di diversa estrazione e cultura. Dalle forze centriste e popolari fino alle forze civiche diffuse.

Quindi le chiacchiere stanno a zero circa la capacità di allargarsi e di aprire: lo stiamo già facendo, lo abbiamo già fatto e lo faremo ancora. E occorre allargare perché è fondamentale farlo, per intenderci, lo si comprende bene che la formazione a tre non basta e che serve uno spirito costituzionale, così come però si dovrebbe comprendere anche la necessità di far maturare i processi politici, possibilmente non a colpi di spin o di veline più o meno avvelenate date alle stampa per il solito pezzo di retroscena.

Ma a quanto pare non per tutti è così e quindi occorre ribadirlo.

La memoria conta

L’importante è però capire da dove partiamo e dove vogliamo andare. L’importante è che si recuperi il senso della misura anche nell’analisi e non si pretenda di vivere in un costante “giorno della marmotta”, in cui quelli che non possono più dare il cattivo esempio inizino a dispensare buoni consigli come se non esistessero la storia e la memoria.

Perché invece queste esistono e le persone, gli elettori, ne tengono conto quando orientano le loro scelte di voto.

Il futuro del centrosinistra italiano è quindi tutto da scrivere, certo. Non è immune da critiche e correzioni di rotta, non è immune dalla necessità di chiarirsi su tante questioni, da quelle più politiche a quelle anche di natura organizzativa (come la piazza di Napoli dimostra). Eppure, se siamo arrivati vivi fino a qui, occorre anche riconoscerlo e smetterla di fare la gara a chi ha più voglia di vedere fallire l’altro.

Oltre le tattiche, la vita vera

Perché oltre alla tattica, oltre al piccolo cabotaggio, alle cerchie ristrette di potere che da Roma alla provincia si divertono a vedere fallire le prospettive politiche che avrebbero davvero la forza di cambiare le cose, ecco, oltre alle miserie di questo tipo c’è la vita vera delle persone, motore e ragione principale per chiunque faccia politica da sinistra.

C’è la vita vera delle persone con le angosce e le paure e c’è l’onda nera di un personaggio che rischia di prendersi la scena se noi non la smettiamo di giocare al gioco più antico del mondo. Un personaggio, che non nomino appositamente, che l’altra sera dissertava serenamente in televisione del suo progetto politico che prevede la deportazione forzata di interi gruppi etnici che, a suo dire, non si sono integrati perfettamente agli autoctoni nel nostro Paese.

Rimettiamo la barra dritta, riconosciamo i rapporti di forza per come sono, parliamo delle cose che le persone vivono: la casa, il salario, i servizi sanitari, la scuola. In una parola: la vita.

La sinistra esiste se si colloca nel soffio vitale tra il bisogno e l’umanità di una risposta vicina e che migliora non solo la tua vita ma anche quella degli altri. Fuori da questa dimensione smette di avere senso e rimane solo rumore di fondo.

Chiunque possa, chiunque ne abbia titolo e voglia, lavori a questo obiettivo e lasci perdere le piccole battaglie di sopravvivenza.

Lo dico, beninteso, a partire da noi stessi. Ciascuno crei lo spazio dentro di sé e lo animi con quello che può per vincere le sfide che ci attendono, ne va del futuro del nostro paese e non solo. Perché il 2027 sarà l’anno delle elezioni Presidenziali anche in Francia e il vecchio continente farà quindi un salto in una direzione o nell’altra.

La Storia ci guarda e ci giudicherà.

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